Io no, non credo che le capsule del caffè inquinano meno dei miei modi di estrarre il caffè. Nel senso, non credo che i parametri dello studio che in queste settimane sta facendo scalpore nel mondo del caffè, sia impostato correttamente. Meglio, conformemente ai suoi principi produce un risultato che non ci interessa.
Veniamo da anni di finanza creativa, da dove abbiamo dovuto imparare a vivo che anche i numeri, come tutte le cose che governano lo spirito umano, sono anch’esse immanenti, e passano come l’acqua fresca sui fiumi della verità allo stesso modo in cui lo facciamo noi sulla terra.
Ma le capsule del caffè inquinano meno degli altri metodi di estrazione?
L’articolo che è rimbalzato su molte testate on line e non, io l’ho intercettato su Fanpage in un social, e dice pressappoco così:

Il caffè in capsule inquina meno della moka (nonostante i rifiuti in plastica o alluminio)
Lo rivela un team di ricerca dell’Università del Quebec che ha calcolato le emissioni di gas serra associate alla preparazione di una tazzina di caffè.
Valeria Aiello
Ti ho messo il link all’articolo della giornalista Valeria Aiello che spiega la tesi e le ragioni per le quali questo avverrebbe.
Lo studio è uno studio serio, pubblicato su diverse riviste specializzate, il cui titolo originale, tradotto da Google per noi in italiano, è:
Implicazioni ambientali della convenienza del consumatore: il caffè come caso di studio
Ti ho linkato il testo originale in inglese, ma puoi fare come me e fartelo tradurre da Google se preferisci l’italiano. Comunque, al di là della lingua, rispetto a quanto riportato da Fanpage, l’articolo scientifico non è stato commissionato dall’università del Quebek, ma dalla più prosaica e meno esotica Yale, che ne detiene il copyright, ma ne garantisce l’accesso libero.
Uno studio serio con un risultato che è una ipotesi di lavoro
Come dicevo un articolo serio, scientificamente fondato che cita e rielabora studi precedenti. Un’altra cosa da dire, è che l’articolo non risale a qualche settimana fa, ma è del 2017. E solo un questi giorni poi è stato notato e ripreso a più voci.
Dal titolo dell’articolo, ma anche da dove è raccolta la pubblicazione (il giornale ecologico dell’industria), si capisce che si tratta di uno studio su un approccio ad un consumo di massa. Infatti il suo autore Andrea L. Hicks, parte da uno dei primi casi studio sull’impatto ambientale dei pannolini riutilizzabili rispetto a quelli meno convenienti per i consumatori che sarebbero quelli usa e getta.
Questo l’approccio, senza implicazioni ideologiche rispetto ai fenomeni sociali e di consumo di massa. Bene.
I dati che lo studio prende in considerazione sono tutti riferiti al consumo e al pubblico degli Stati Uniti, e prende ad esempio 3 tipologie di estrazione del caffè:
- Il caffè filtro con macchine elettriche di ascendenza americana
- L’estrazione con la french press (che Google traduce come stampa francese)
- Le capsule
Ad inquinare è il caffè, non le capsule… ma va va!
Il risultato finale è che, nonostante possa sembrare controintuitivo, usare le capsule conviene in termini di bilancio ambientale in quanto:
Quando si considerano le fasi di preparazione del caffè, il maggior impatto ambientale è attribuito alla produzione stessa del caffè macinato e all’energia necessaria per la preparazione del caffè. Ciò porta alla luce il fatto che diverse quantità di caffè macinato vengono utilizzate per produrre la stessa quantità di bevanda al caffè nei diversi processi di infusione.
Andrea L. Hicks
Detto in altri termini, ad inquinare non sarebbe il modo in cui estraiamo il caffè, ma il fatto che beviamo caffè! A pesare maggiormente nel bilancio ambientale insomma, è la produzione del caffè. Neanche il trasporto avrebbe un impatto serio.
Vabbè, se lo dice la scienza non c’è bisogno di crederci, basta leggere, però… perché c’è un però:
Lo studio, conformemente ai suoi principi, parte dalla analisi di un bene di consumo conveniente, convenient product, che a differenza della controparte analogica, verrebbe da dire, offre una esperienza costante, conveniente, e simile a quella che si preoccupa di sostituire.
Non solo, il fatto poi che le capsule siano già grammate, e che invece nel caffè che ti fai tu ci metti il caffè che vuoi tu, ecco, questo potrebbe aumentare non il gusto e il piacere, ma l’inquinamento.
Un altro dei parametri che mi ha colpito è, ad esempio, la vita media della caffettiera americana. Ogni coffee lover d’oltreoceano infatti, la cambia almeno ogni 5 anni. Pensa un po’ che cretino che sono io, che ho ancora la moka di mia nonna a casa!
Per tornare invece alla storia dell’impatto ambientale della produzione del caffè: sappiamo che nelle grandi colture, che richiedono grandi dispendi di energia (si chiama agricoltura intensiva) per poter produrre caffè per i grandi torrefattori, è certamente vero quanto affermato nello studio.
Quindi, agricoltura intensiva per infilare tra i 5 e i 7 grammi di caffè in una capsula invece che 11 in una moka ad esempio, garantisce un inquinamento minore.
Bere un caffè… è un atto agricolo
Ma per i piccoli produttori familiari? per le specialty coffee coltivati in piccoli appezzamenti di montagna magari, dove la raccolta avviene a mano? non si sa!
Però è lecito pensare che lo studio non ne tenga conto in perché la premessa riguardava proprio l’ecologia industriale, e non la consapevolezza produttiva. Sarebbe bello sapere cosa ne pensa Wendell Berry, l’autore di un libro dal titolo consapevole: Mangiare è un atto agricolo.
Quando potremo cominciare a dire: Bere un caffè è un atto agricolo, quello potrebbe essere un buon giorno nuovo. Pensaci, bere un caffè che sai chi lo ha prodotto, come è stato lavorato, poterlo magari tostare da te per esaltarne le caratteristiche, altro che capsule industriali. Contro cui non ho proprio niente.
Ma quanto costa il caffè dentro alle capsule?
Un altro aspetto va ancora considerato, e che secondo me ci riporta consapevolmente ad una critica più profonda di tutto l’impianto dello studio, e di cui lo studio non parla. Quanto costa il caffè dentro ad una capsula?
Facciamo due conti, prendiamo uno dei più grandi torrefattori al mondo che ci viene anche comodo visto che è italiano: Lavazza. Nel suo sito Lavazza vende il caffè macinato a 16€ al kg. Crema e gusto. Le capsule della stessa miscela le vende a 36,90€. Due volte ed un po’ di più.
Allora, la mia riflessione era questa, ma non sarà che l’inquinamento è un costo. E come tale viene messo a bilancio? chiaro che è una domanda retorica.
Si tratta del “Diritto ad inquinare” così come elaborato dalla teoria di Coase. Si tratta del diritto che ogni azienda che crea ricchezza ha di inquinare per produrla, la ricchezza. Questo diritto è messo in un bilancio che, come un capitale vero o un costo, può essere spostato, da una azienda ad un’altraoe da una fase produttiva ad un altra.
La faccio semplice, nel caso che stiamo guardando. il diritto ad inquinare della piantagione del caffè viene spostato sulle industrie che producono capsule e il costo è pagato da… noi! meglio, da quelli che usano le capsule invece che il caffè classico. Una figata insomma!
Ma lo studio è e rimane uno studio serio, dove le conclusioni vanno oltre i titoli da operetta e acchiappa click (niente in contrario, ma qualche volta mentre surfiamo, facciamocela una immersione nel mare di notizie). Difatti la conclusione di Andrea L. Hicks scrive quanto segue:
La cialda richiede inoltre più materiali non biodegradabili rispetto alle altre due opzioni. Un problema associato a queste capsule è che sono un “ibrido mostruoso”, in quanto sono fatti di più materiali, che non sono facilmente separabili, rendendoli quasi impossibili da riciclare nella loro forma attuale. L’unica opzione attualmente praticabile per il loro smaltimento è in una discarica o in un inceneritore, mentre i due metodi convenzionali di preparazione del caffè presentano la possibilità di compostare i fondi di caffè e il filtro di carta.
Environmental Implications of Consumer Convenience: Coffee as a Case Study, A.L.Hicks
Quanti rifiuti producono le capsule da caffè?
500 anni la stima per il loro smaltimento
Tra le 12 e le 15000 tonnellate di rifiuti prodotti solo in Italia nel 2019
Quindi se ti capita di incontrare le 15000 di tonnellate di rifiuti creati dalle capsule solo in Italia nel 2019, non stai sognando. E’ la pura realtà. Quella che qualunque studio letto male non potrà ancora cancellare dalla faccia della terra.
Le capsule sono tanto utilizzate quanto criticate: la realtà però è che i consumatori sono particolarmente sedotti dalla facilità e dalla velocità del mono-porzionato e non altrettanto preoccupati per il loro impatto ambientale o sul proprio organismo
Comunicaffè
Per chiudere, che non vorrei sembrare un fanatico. Le capsule non sono un nemico che inquina, sono un buona maniera per consumare il caffè. Forse però vanno usate in modo consapevole. Io le userei. Ma lo farei a modo mio.
Usa quelle in acciaio ricaricabili
Se poi sei come me, scegli un caffè verde etico e consapevole
Tostalo da te, e poi macinatelo
Divertiti a scoprire il vero mondo del vero caffè
Io farei così, ma come sempre non è che faccio testo. Per adesso uso ancora la moka di mia nonna mettendoci dentro il caffè che ho tostato io. Poi si vedrà!
Fonti:
- Il citato studio di Andrea L. Hicks, Environmental Implications of Consumer Convenience: Coffee as a Case Study
- L’articolo di Fanpage, di Valeria Aiello, Il caffè in capsule inquina meno della moka (nonostante i rifiuti in plastica o alluminio)
- L’articolo di Comunicaffè, Capsule, solo in Italia 15.000 t di rifiuti in più: quale potrebbe essere il futuro sostenibile
- Il giornale dell’ambiente, Allarme inquinamento capsule di caffè
- Inquinamento, diritto di, di Riccardo Vannini, Enciclopedia Treccani

